ITINERARI | 12 giorni in Bhutan: l’ultimo regno himalayano
QUESTO VIAGGIO FA PER VOI SE
- Amate il silenzio, la calma e la contemplazione
- Siete curios* di capire cosa renda un paese il più felice al mondo (e se è veramente così)
- Vi affascinano templi secolari, leggende, e spiritualità
- Vi piace l'idea di trascorrere il vostro viaggio accompagnat* da una guida locale
- Volete vivere un'immersione nella natura che sia anche un viaggio nel tempo
Il Bhutan è uno di quei posti che mai avrei pensato di poter visitare nella vita! come per molte altre destinazioni sono stata ispirata dalla mia travel influencer preferita, la mitica e leggendaria nonna Giorgina che è stata in Bhutan 25 anni fa e al ritorno, con i suoi racconti, ha resto questo paese talmente affascinante e irresistibile che per anni abbiamo sognato di poter fare un viaggio in questo piccolo regno himalayano. Complice la riduzione della tassa di soggiorno che ha reso più accessibile la permanenza, abbiamo deciso che era finalmente giunto il momento di vedere con i nostri occhi questo luogo sospeso nel tempo.
Un viaggio in Bhutan non richiede la pianificazione che solitamente comportano i nostri viaggi, il compito più significativo è trovare un’agenzia adatta alle proprie esigenze perchè è impossibile visitare il paese da soli (tranne che per i cittadini indiani) ma bisogna affidarsi a una guida e un driver che ti scarrozzano in lungo e in largo facendoti sentire inabile perfino ad aprirti una bottiglietta d’acqua. Per chi ama viaggiare in modo confortevole è il top. Per chi ama i viaggi wild senza pianificazione è l’unico compromesso possibile.
Il Bhutan non è solo una destinazione… è una lezione di vita, un potente invito a rallentare, a guardarsi dentro e a riscoprire la propria essenza
- Spiritualità
- Natura
- Gastronomia
- Esperienze
- Cultura Locale
FUN FACTS SUL BHUTAN
Oltre a parlare dell’organizzazione del viaggio, ci tengo a porre l’accento sull’unicità di questo paese perchè ancora oggi, a distanza di mesi, mi sembra di aver vissuto un’avventura surreale. Se state leggendo questo articolo probabilmente conoscerete già una cosa o due sul Bhutan, ma se siete qui spint* dalla curiosità ecco a voi qualche fun fact che rende questo paese così avvincente.
Invece di misurare il progresso con il PIL, il Bhutan utilizza l’indice di Felicità Nazionale Lorda (Gross National Happiness)
il governo ha introdotto un articolato sistema di misurazione che mette al centro la felicità dei cittadini investendo nelle cose che determinano il benessere collettivo
E’ il primo paese a emissioni negative di carbonio
Il Bhutan assorbe più anidride carbonica di quanta ne produce, grazie alle sue esuberanti foreste che coprono oltre il 70% del territorio
La Televisione e internet sono arrivate solo nel 1999!
Il Bhutan è stato uno degli ultimi paesi al mondo a introdurre la televisione e Internet, nel tentativo di preservare la cultura e i valori tradizionali
L’abbigliamento tradizionale è obbligatorio nei luoghi ufficiali come templi, uffici, scuole ecc
l’obiettivo è quello di creare unità nazionale garantendo che le tradizioni culturali si conservino e rimangano intatte
Non esistono grandi catene come Mac Donald’s o Starbucks
Il Bhutan ha evitato l’ingresso delle grandi catene internazionali preferendo promuovere la propria cucina locale e le piccole attività indipendenti.
Tutti gli edifici, anche quelli nuovi, devono seguire per legge lo stile architettonico e decorativo nazionale
anche a Thimphu, la capitale, non esistono stili diversi. Tutti gli edifici devono avere un aspetto architettonico tradizionale, con decorazioni tipiche e tetti inclinati
I cani randagi sono nutriti dalla comunità e rispettati
Il Bhutan ha un approccio coccoloso verso i cani randagi basato sul rispetto buddista per la vita. I cittadini se ne prendono cura e spesso trovano rifugio nei monasteri
Nel paese non esistono semafori né ferrovie
l’unico semaforo mai installato è stato rimosso perché i cittadini lo trovavano troppo impersonale e il trasporto pubblico è limitato a piccoli autobus
Il Bhutan ha aperto al turismo solo nel 1974
da allora il governo ha intrapreso una modernizzazione controllata mantenendo una forte sorveglianza sul turismo così da evitare gli impatti negativi della globalizzazione. Imponendo una tassa giornaliera evita il turismo di massa e protegge l’ambiente e la cultura locale
COME ORGANIZZARE IL VIAGGIO
Il livello di complessità di questo itinerario è davvero minimo: la parte più significativa è definire l’agenzia a cui affidarsi. Tutti i viaggiatori che entrano nel Paese, infatti, devono rivolgersi ad agenzie locali con guide autorizzate per garantire un turismo controllato, rispettoso e coerente con la filosofia del “high value, low volume”, una strategia che limita l’impatto dei visitatori e preserva usi e costumi locali. Può sembrare una pratica anacronistica in un mondo iper-globalizzato, dove è possibile prenotare una cena dall’altra parte del pianeta con un click, ma questo è uno degli strumenti con cui il governo tutela il proprio patrimonio culturale e naturale. Le guide diventano delle super “sentinelle” che veicolano sterminata sapienza e innumerevoli fatti culturali interessanti ma allo stesso tempo si premurano che le persone siano sempre rispettose della natura, dei luoghi sacri e dell’etichetta. Francamente comprensibile.
L’agenzia si occupa di tutto ciò che serve per muoversi con serenità: visto, hotel, trasporti, guida e itinerario. La presenza della guida non è opzionale e costruisce l’impalcatura logistica che vi permetterà di perlustrare il Paese fornendovi strumenti ampi e approfonditi per conoscerne le caratteristiche sociali e culturali.
Nella scelta dell’agenzia conviene dedicare un po’ di tempo alla comparazione: controllate che sia registrata presso il Tourism Council of Bhutan, verificate recensioni aggiornate, chiedete cosa è incluso nella quota giornaliera e quale margine di personalizzazione offrono. L’obiettivo è trovare un interlocutore affidabile, che sappia guidarvi senza invadere il vostro ritmo di viaggio, lasciando spazio all’osservazione e all’esperienza personale.
QUANDO ANDARE?
Il periodo migliore per andare in Bhutan dipende soprattutto dal clima e dall’interesse per le mirabolanti celebrazioni tradizionali. In generale, le stagioni più favorevoli sono la primavera e l’autunno. Tra marzo e maggio le temperature sono miti, le giornate piuttosto stabili e la natura rigogliosa. Tra settembre e novembre, invece, il monsone generalmente è terminato, l’aria è più secca e la visibilità sulle montagne è spesso ottima, una condizione ideale sia per i trekking sia per le visite culturali.
Un altro elemento da tenere in considerazione è il calendario dei Tshechu, i fastosissimi festival religiosi che si svolgono nei vari distretti del paese seguendo il calendario lunare. Alcuni dei più noti si tengono proprio nei periodi migliori dal punto di vista climatico, come il Paro Tshechu e il Punakha Tshechu in primavera, o il Thimphu Tshechu, il Wangdue Tshechu e il Gangtey Tshechu in autunno. Queste celebrazioni combinano roboanti danze mascherate, rituali antichissimi e un’accorata partecipazione della popolazione locale, offrendo un’autentica immersione nella cultura bhutanese.
COME RAGGIUNGERE IL BHUTAN
Non esistono voli diretti dall’Europa e per arrivare qui si passa quasi sempre da Delhi, Kathmandu, Bangkok, Singapore o Calcutta, le città che offrono collegamenti regolari verso Paro.
A operare i voli sono due compagnie: Druk Air (la compagnia di bandiera) e Bhutan Airlines, entrambe abilitate a gestire l’avvicinamento a un aeroporto che richiede una certa destrezza.
I piloti autorizzati all’atterraggio sono pochissimi e devono seguire una formazione specifica perchè la pista si trova a oltre 2.200 metri di altitudine ed è incastrata in una valle stretta circondata da montagne che superano i 5.000 metri. Non esistono sistemi di atterraggio strumentale e l’avvicinamento finale è interamente a vista, con una serie di virate che richiedono precisione e sangue freddo. Va da sè che si può volare solo nelle ore diurne, soprattutto di mattina, quando la visibilità è migliore.
Le tratte più suggestive sono quelle da Kathmandu e da Nuova Delhi, che nelle giornate limpide regalano vedute privilegiate sull’Himalaya, Everest incluso. La rotta da Delhi tende a essere una delle più regolari e affidabili in termini di operatività, perché evita le forti turbolenze pre-monsone che possono interessare altre zone dell’Himalaya.
Arrivare a Paro non è solo un trasferimento aereo: è una delle tratte più spettacolari del mondo e di per sè è un’esperienza
L’AGENZIA
Dopo aver richiesto svariati preventivi abbiamo deciso di rivolgerci ad Asia Odyssey Travel, un tour operator cinese (lo conoscevamo già in famiglia) che organizza viaggi su tutto il continente asiatico e ci ha fornito un preventivo completo e competitivo. Va da sé che a loro volta, per rispettare le regole dell’organizzazione locale, si sono appoggiati alla Happiness Kingdom Travel, un’agenzia con oltre 20 anni di esperienza e sede a Thimphu che ha effettivamente messo in campo tutta l’organizzazione del nostro itinerario abbracciando con pazienza e creatività ogni nostra richiesta. Potete scrivere direttamente a loro per avere un preventivo e confrontarlo sia con quello del loro intermediario cinese che con quelli delle altre agenzie locali. Noi consigliamo caldamente di affidarvi alle loro sapienti mani.
IL PREVENTIVO
Per arrivare a definire una cifra dovrete innanzitutto partire dalla fascia di prezzo dei servizi che vorrete includere e dalla durata del viaggio. Volete dormire in hotel di lusso? In guesthouse spartane? Oppure cercate una via di mezzo? Noi, ad esempio, abbiamo optato per alloggi confortevoli, buon cibo (i pasti sono sempre inclusi) e un itinerario che ci portasse fino al distretto di Bumthang, richiedendo almeno dieci giorni (morbido reminder: più giorni fate, più tasse pagate).
Una volta chiarite le preferenze, il preventivo che ci è arrivato comprendeva il visto di ingresso nel Paese, la Sustainable Development Fee, ogni pranzo, cena, spuntino, trekking e visita prevista, oltre a qualche extra piacevole: la vestizione con gli abiti tradizionali, il bagno con le pietre calde, una degustazione di birre di riso rosso, due SIM card da 5 GB e acqua a volontà per idratarsi durante la giornata.
Restano esclusi dalla cifra finale i voli aerei, l’assicurazione di viaggio e le mance (meritatissime) a driver e guida. Per tradizione, si considera una mancia di circa 5–10 € al giorno per l’autista e 10–15 € al giorno per la guida.
Un preventivo corretto che preveda tutte queste specifiche si aggira tra 240 e i 260USD al giorno a persona (aprile 2025) a cui vanno aggiunti i voli, l’assicurazione e il supplemento bancario per il pagamento tramite carta di credito o paypal. Costoso, verissimo, ma considerate che state andando a visitare un pezzo di mondo unico, remoto e speciale mentre una pizza e una birra a Milano ormai non costano meno di 40€ a persona.
MAPPA DELL’ITINERARIO
LE TAPPE IN BREVE
GIORNO 1 | ARRIVO A NUOVA DELHI
GIORNO 2 | NUOVA DELHI – PARO – THIMPHU
GIORNO 3 | THIMPHU
GIORNO 4 | THIMPHU – GANGTEY
GIORNO 5 | GANGTEY – BUMTHANG
GIORNO 6 | BUMTHANG
GIORNO 7 | BUMTHANG – TRONGSA
GIORNO 8 | TRONGSA – PUNAKHA
GIORNO 9 | PUNAKHA
GIORNO 10 | PUNAKHA – PARO
GIORNO 11 | PARO
GIORNO 12 | PARO – NUOVA DELHI
E ora ecco l’itinerario completo del nostro fantastico viaggio
DISCLAIMER: in questo articolo ci sarà una profusione di aggettivi come “fascinoso”, “suggestivo”, “bizzarro”, “caratteristico”, “delizioso”, “tradizionale” in tutte le declinazioni semantiche della lingua italiana. Abbiate pietà di me, conosco anche altre parole ma alle volte una cosa non può essere altro che fascinosa o tradizionale e francamente il Bhutan richiede accesso a un vocabolario nuovo per esprimerne la sua bellezza (o il fascino, ecco)
GIORNO 1 | ARRIVO A NUOVA DELHI
Se come noi prenderete un volo notturno (in aereo voglio dormire il più possibile e svegliarmi fresca come una rosa direttamente a destinazione) arriverete a Delhi di mattina presto il che vi consentirà di avere a disposizione una giornata per fare un tour ad alcune delle meraviglie custodite da questa tentacolare città.
Come prima tappa fatevi portare alla strabiliante moschea seicentesca Jama Masjid che con i suoi affusolati minareti, l’immenso cortile, i marmi, la pietra rosina e le cupole a cipollotto svetta sulle chiassose strade di Old Delhi. Per entrare sarà necessario coprirsi con un bel palandrano che vi daranno all’ingresso così da rispettare la sacralità del luogo.
Da qui potrete infilarvi a piedi nelle strette stradine di Old Delhi strapiene di gente, merci e odori inauditi, oppure optare per una più folkloristica corsa sul rickshaw guidato da un eroico ciclista che passa dove le macchine non entrano con delle gincane da professionista. Fate un paio di soste per assaporare questo caleidoscopico caos, passate davanti al Lal Mandir con la sua silohuette scarlatta e raggiungete il Red Fort, simbolo assoluto della città. La visita richiede almeno un paio d’ore e permette di misurarsi con la sobrietà dell’impero Moghul.
Dalla mastodontica città fortificata raggiungete il Gurdwara Bangla Sahib, un luogo veneratissimo nella religione Sikh. Qui si può mangiare alla mensa gratuita, la langar, che è aperta a chiunque si presenti e, in una città come Delhi dove tutto è intenso, rumoroso, competitivo, è una preziosa lezione di umanità. Anche qui per accedere è necessario adeguarsi alle tradizioni religiose coprendo il capo con un foulard che viene fornito all’ingresso.
Per finire questa mini visita della città raggiungete la Tomba di Humayun, voluta caparbiamente dalla moglie numero uno del suo harem e prima grande tomba-giardino dell’India dove il rumore “puff” scompare e la pace circonda tutto.
Se avrete in previsione di ripartire il giorno successivo per il Bhutan, il mio consiglio è di soggiornare vicino all’aeroporto così da essere pronti alla levataccia del mattino.
TOUR ORGANIZZATO
Per via dell’operativo voli sul Bhutan è praticamente impossibile riuscire a imbroccare le coincidenze in modo da essere a Delhi in tempo per prendere il volo nella stessa giornata. Una sosta lì diventa quindi una necessità.
Noi abbiamo scelto di fare un assaggino del roboante caos indiano prima di andare a chiuderci nel sovrannaturale silenzio zen delle montagne himalayane.
Essendo la nostra prima volta in India volevamo evitare contrattazioni, fregature e smarrimento quindi ci siamo rivolti a un’agenzia locale che ha spedito un dinamico duo ad accoglierci in aeroporto. Come accade sempre più spesso – è chiaramente un segnale dell’età che avanza – abbiamo dato priorità al comfort e alla libertà di muoverci secondo i nostri ritmi e abbiamo scelto di organizzare un tour privato con un elegantissimo driver e una frizzante guida.
Ci siamo affidati alla Driver India Private Tours e ci siamo trovati davvero benissimo, il signor Udaydeep che ci ha seguiti dal primo momento è stato di una gentilezza disarmante e ci ha proposto un pacchetto di 1 giorno con driver e guida a 6.450 rupie a persona (circa 60€).
VISTO INDIA
Anche se si tratta di un breve scalo, per entrare in India attualmente è necessario un visto che si può ottenere comodamente online dal sito ufficiale. Al momento quello da 30 giorni costa circa 25$ a persona ed è valido per 2 ingressi nel paese quindi perfetto se si vuole fare scalo verso un’altra destinazione!


















GIORNO 2 | DA DELHI A PARO e THIMPHU
Ecco il giorno tanto atteso. Come ho già detto, volare sulla tratta che da Delhi raggiunge Paro sarà un’emozione strepitosa e, se arriverete presto in aeroporto, potrete farvi assegnare un posto al finestrino dal lato sinistro dell’aereo per godervi un panorama impareggiabile!
L’atterraggio a Paro, poi, è un’altra esperienza formidabile, perché l’aereo passerà a pochissimi metri da montagne e case, tanto che l’equipaggio ritiene opportuno annunciarlo per evitare di scatenare il panico. È rassicurante aggiungere che non si sono mai verificati incidenti e che la destrezza dei piloti è motivo di vanto per le compagnie che coprono questa tratta.
Cosa vedrete appena atterrati? Montagne, natura, casette deliziosamente decorate e l’aeroporto più suggestivo e pittoresco del pianeta. No spoiler, ma capirete subito il perché. Una volta che sarete stati cerimoniosamente accolti dal vostro dinamico duo di guida e autista, potrete iniziare il tragitto verso Thimphu.
La prima sosta della giornata sarà a breve distanza da Paro, al Tachog Lhakhang. Questo luogo è legato a una sorta di Leonardo da Vinci himalayano: monaco, ingegnere, poeta, medico e – soprattutto – costruttore di ponti di catene, di cui si contano circa 58 opere tra Bhutan, Tibet e India. Attraversare quello che si trova qui è considerato un atto di buon auspicio e, al buon auspicio, non si dice mai di no.
Poco dopo arriverete nella graziosa capitale, Thimphu. La tentacolare cittadina, più o meno delle dimensioni di Varese, presenta anche edifici che superano i cinque o sei piani ma il tutto è decorato con meticolosi rimandi all’estetica tradizionale, generando una piacevole e inaspettata armonia. Qui si trova anche l’unico semaforo umano del pianeta, che dirige con aplomb il vigoroso traffico (lol) esibendosi in una coreografia decisamente ipnotica.
Assaporata l’atmosfera metropolitana, potrete dirigervi verso il campo sportivo dove si allenano le squadre di tiro con l’arco. Il datse, infatti, è lo sport nazionale e qui viene praticato con grande maestria e con un livello di difficoltà tutt’altro che trascurabile.
Dopo aver ammirato coordinazione, stile e precisione degli atleti locali, la vostra guida vi porterà a visitare il mercato, dove si affastellano cataste di pesce essiccato, carne essiccata, formaggio essiccato, peperoncino essiccato. Insomma, la propensione verso l’essiccatura è piuttosto chiara, ma a questa babele disidratata si affiancano anche frutta e verdura, medicamenti, spezie, formaggi freschi e burro di yak, il tutto in una cornice sorprendentemente curata e composta.
Dopo un lauto pranzo che vi avvicinerà alle peculiarità gastronomiche di queste latitudini, sarà giunto il momento di approcciarvi al primo di una lunga serie di dzong (vedi sotto). Quello di Thimphu, ovviamente, è il più pregevole in termini di potere temporale e religioso, poiché ospita gli headquarter del Re del Bhutan e del Je Khenpo, la massima autorità spirituale del paese. Il tempio di questo dzong, con la sua estetica dichiaratamente massimalista, è bello in modo quasi commovente e vi lascerà senz’altro a bocca aperta.
Per terminare questa prima giornata, potrete assistere all’ammaina bandiera, che avviene ogni giorno prima del tramonto con un solenne dispiegamento di soldati e monaci.
COS’É UNO DZONG
Lo dzong è fortezza, monastero, centro amministrativo e simbolo di potere, tutto concentrato nello stesso edificio (che è chiaramente enorme). In passato serviva soprattutto a difendersi e a tenere sotto controllo il territorio, oggi ospita uffici governativi, templi e alloggi per i monaci, continuando a essere il cuore della vita religiosa e civile del Bhutan. In pratica, da una parte si prega e dall’altra si fanno i meeting sulle criptovalute.
Gli dzong sono progettati secondo regole molto precise: niente chiodi, mura esterne altissime e leggermente inclinate con pochissime finestre, cortili interni giganteschi e decorazioni super elaborate.
Ognuno di questi colossali edifici è costruito in una posizione strategica e simbolica: in cima a uno sperone roccioso, dove confluiscono due fiumi o nel bel mezzo di una valle. Non c’è niente di meglio per proteggere spiritualmente il territorio e svettare, sublimi, sul paesaggio.
DIVIETO DI IMMORTALARE I LUOGHI SACRI
In Bhutan è vietato scattare foto o girare video all’interno dei luoghi sacri, in particolare nelle sale di preghiera e negli altari principali. Si tratta di una scelta condivisa tra autorità religiose e civili, poiché questi spazi sono luoghi in cui si svolgono pratiche religiose vive e partecipate, e il fervore foto-reportagistico dei turisti potrebbe disturbare fedeli e rituali. Il divieto viene applicato in modo piuttosto rigoroso e ricordato con sollecitudine dalle guide, che hanno il compito di aiutare a mantenere l’atmosfera dei luoghi e a far rispettare le regole locali.
CUCINA BHUTANESE
La cucina bhutanese è semplice, diretta e con un’idea molto chiara in testa: il peperoncino non è un condimento, ma un ingrediente. Nei menu troverete quasi sempre gli stessi piatti iconici, a partire dall’ema datse (peperoncini cucinati con formaggio di yak), considerato il piatto nazionale grazie alla deliziosa unione di piccantezza e colesterolo. Accanto a lui compaiono regolarmente il kewa datse (patate e formaggio), i momo (ravioli ripieni di carne, patate, formaggio o verdure) o il gondo datshi (formaggio fuso con uova), un comfort food in piena regola. Completano il menù riso rosso, zuppe leggere, un’abbondanza di piatti a base di pollo e un’inaspettata quantità di formaggio e burro. La cucina proposta ai visitatori è sostanzialmente la stessa di quella locale, ma il peperoncino viene dosato con maggiore gentilezza, per un atto di misericordia verso i nostri palati che non sono stati temprati nelle fiamme del Monte Fato.
















GIORNO 3 | THIMPHU
Alzatevi e splendete per questo secondo giorno nella capitale! Se vi organizzerete con la vostra agenzia potrete viverlo mimetizzandovi tra la gente indossando un prodigioso abito tradizionale. Non si tratta di appropriazione culturale ma di celebrazione, e i bhutanesi lo apprezzano tantissimo. All’inizio sarete un po’ impacciati nei movimenti ma la figaggine compenserà lo sforzo.
Una volta agghindati a dovere raggiungerete il National Memorial Chorten, uno stupa bianco e dorato costruito in memoria del terzo Re. Qui lo spettacolo è la vita che pulsa intorno: anziani vestiti elegantemente, persone che pregano insieme, chiacchierano e compiono giri intorno al tempio snocciolando mantra con i rosari tra le dita. Tutti vi guarderanno con approvazione per come siete vestiti e alcuni si fermeranno per ringraziarvi del rispetto che mostrate verso la loro cultura.
Subito dopo salirete verso la Buddha Dordenma Statue, una delle statue del Buddha più alte al mondo con i suoi 54 metri d’oro che domina la valle dall’alto di una collina. Un’antichissima profezia diceva che costruendo un Buddha gigante in questa regione si sarebbe portata pace e prosperità nel mondo. Pur apprezzando il candido ottimismo, possiamo dire che dopo la sua costruzione la situazione geopolitica internazionale non è stata esattamente una scampagnata.
Scesi dalla collina, è il momento di conoscere la pucciosissima bestiola nazionale alla Royal Takin Preserve: il takin. Un animaletto inverosimile che secondo la leggenda è nato dal canale digerente di un santo che per sfida aveva ingoiato una capra e una mucca per poi rigettare questa nuova creatura. A parte la genesi un po’ sfigata e le fattezze bizzarre lui è adorabile.
Belli i templi, bella la natura, ma a questo punto lo stomaco chiamerà e non c’è posto migliore del Folk Heritage Restaurant per tuffarsi nella vera cucina bhutanese: il tutto in una cornice che sembra rievocazione storica ma che in realtà è estremamente quotidiana. Il cibo qui è forgiato nella fucina del demonio ma troverete anche qualche verdurina innocua e, se lo chiederete, saranno clementi con le dosi di piccante.
Per favorire la digestione potrete attraversare la strada e andare a visitare l’International Institute of Zorig Chusum, la prestigiosissima accademia dedicata all’insegnamento delle 13 arti e mestieri nazionali come pittura, scultura, tessitura ecc.. Gli studenti vivono e studiano qui con l’obiettivo di tenere vivo il patrimonio artistico del paese e riuscendoci egregiamente.
Dopo una capatina al Museo delle Poste – dove potrete farvi stampare francobolli personalizzati con la vostra foto preferita, souvenir kitsch ma irresistibile – la giornata potrebbe anche chiudersi qui. Ma in Bhutan c’è sempre una celebrazione di qualcosa in atto. Quando siamo andati noi ce n’era una alla scuola di astrologia Pangri Zampa e la nostra guida ci ha timidamente chiesto se volevamo partecipare. Non dite mai di no, mai! È stato uno dei momenti più indimenticabili del viaggio: file chilometriche di persone con le offerte, monaci in tunica arancione che suonavano tamburi, danzatori con maschere tradizionali, bracieri profumati che alzavano colonne di fumo, colori sgargianti ovunque, volti sorridenti e look tradizionali uno più bello dell’altro. Il Bhutan vi trasporterà in un wormhole temporale e vi regalerà emozioni che non sapevate esistessero.
VESTIRSI DA BHUTANESI
Indossare gli abiti tradizionali bhutanesi non è appropriazione culturale ma un segno di rispetto! I bhutanesi sono entusiasti quando i turisti si presentano in gho (per gli uomini) o kira (per le donne) dato che per loro vige l’obbligo di indossare l’abito tradizionale quando si trovano in luoghi pubblici, edifici governativi o durante eventi ufficiali. Questo fa parte di un impegno nazionale per preservare l’identità culturale del paese, quindi vedere anche i visitatori che si adeguano volontariamente a questa consuetudine è motivo di grande orgoglio e apprezzamento.
Il gho è una sorta di vestaglia a scacchi che arriva al ginocchio, si avvolge intorno al corpo e si chiude con una cintura chiamata kera, creando un’ampia tasca frontale dove gli sciùri bhutanesi infilano di tutto: telefono, portafoglio, spuntini, ceste di frutta, vasi di fiori… Sotto si indossano calzettoni alti fino al ginocchio e scarpe formali creando un look a metà tra un highlander scozzese e un monaco zen.
La kira è un lungo rettangolo di tessuto che si avvolge attorno al corpo con una serie di complicatissimi drappeggi e si ferma sulle spalle con spille d’argento chiamate koma. Sopra si indossa una giacchetta stretta chiamata wonju e una cintura. L’effetto finale è chicchissimo.
Indossarli correttamente è un’arte che richiede manualità ed esperienza: la vostra guida o il personale dell’hotel saranno felicissimi di aiutarvi. E sì, vi sentirete un po’ impacciati all’inizio, ma la gioia negli occhi della gente del posto quando vi vedrà vestiti così vale qualsiasi imbarazzo iniziale.
LE RUOTE DI PREGHIERA
Se c’è una cosa che vedrete ovunque in Bhutan sono le chokhor, le ruote di preghiera himalayane: dei cilindri montati su un asse che girano quando li fate ruotare con la mano. Ne troverete allineate lungo le mura dei templi, posizionate ai lati dei sentieri di montagna, dentro gli dzong, nei villaggi, praticamente ovunque ci sia qualcuno disposto a farle girare.
All’interno di ogni ruota è inserito un rotolo di carta su cui è stampato migliaia di volte il mantra “Om Mani Padme Hum“, il mantra della compassione. L’idea è questa: ogni volta che fate girare la ruota è come se aveste recitato tutte le preghiere contenute al suo interno. Geniale, no?
Si fanno girare sempre in senso orario (importantissimo, non sgarrate) mentre si cammina accanto a file di ruote, oppure si sta fermi facendone girare una sola ripetutamente mentre si medita.
Esistono ruote di preghiera di ogni dimensione, da quelle portatili che i monaci tengono in mano e fanno roteare mentre camminano, a quelle monumentali alte diversi metri che richiedono una discreta spinta per essere messe in movimento. Alcune sono addirittura azionate dall’acqua o dal vento, pregando h24 in modo completamente autonomo. Il multitasking spirituale buddhista è davvero next level.















GIORNO 4 | DA THIMPHU A GANGTEY
Sveglia di buon’ora questa mattina perché lascerete la capitale per dirigervi verso le zone più rurali e incontaminate del paese. Preparatevi a una giornata quasi interamente on the road, ma con panorami che vi faranno dimenticare qualsiasi nausea da tornanti. Il Bhutan è attraversato da prepotenti catene montuose, quindi per passare da una regione all’altra si fa su e giù da passi che superano tranquillamente i 3.000 metri.
Il primo che incontrerete sarà il Dochula Pass, che scavalla serenamente i 3.100 metri regalandovi aria rarefatta e una vista che toglie il fiato (metaforicamente e letteralmente). Qui troverete 108 tempietti bianchi disposti in cerchi concentrici, costruiti in memoria dei soldati bhutanesi caduti nel conflitto con l’India del 2003. Quando il cielo è sereno da quassù si vede tutta la catena dell’Himalaya in gran spolvero.
Essendo andati in aprile, siamo riusciti a beccare il Rhododendron Festival al Royal Botanical Garden. Ora, sia chiaro: questo festival è ben lontano dalla magnificenza di un tsechu, ma era l’unica celebrazione corale partecipata dagli abitanti della regione che abbiamo trovato e ci siamo buttati a capofitto.
Se vi capiterà di essere lì nello stesso periodo vi imbatterete in balli coreografici con costumi iper decorati e musiche ritmiche, gruppi di persone che chiacchierano, bevono tè al burro, tirano con l’arco, si fanno photoshoot da prediciottesimo e si godono l’atmosfera di festa in totale spensieratezza. Considerate che un tsechu è dieci volte più chiassoso, ricco e suggestivo di un festival del genere: se vi capiterà di vederne uno sarete stati nettamente più furbi di noi nella pianificazione del viaggio!
Dopo una sosta panoramica per pranzare, rimetterete il sedere in macchina per svariate ore di curve tra paesaggi da cartolina punteggiati da villaggi, risaie, boschi fitti e vallate che si aprono all’improvviso lasciandovi senza parole. Alla fine della giornata raggiungerete la Gangtey Valley, un’area protetta piena di meraviglie naturalistiche e siti religiosi dove trascorrerete la notte circondati da una quiete quasi irreale.
COS’É UN TSECHU
I tsechu sono i festival religiosi più importanti e spettacolari del Bhutan, celebrazioni che trasformano gli dzong e i monasteri in palcoscenici di danze sacre, musica, colori e devozione collettiva. Il nome significa letteralmente “decimo giorno” perché tradizionalmente si tengono il decimo giorno di un mese del calendario lunare bhutanese, in onore di Guru Rinpoche (che guarda caso è nato il decimo giorno del mese).
Durante un tsechu vedrete danze mascherate eseguite con costumi elaboratissimi e maschere fantasiose che rappresentano divinità, demoni e animali mitologici che servono a molteplici scopi tra cui scacciare gli spiriti maligni, benedire i fedeli o celebrare le gesta di Guru Rinpoche. In queste occasioni migliaia di persone vestite con i loro abiti più belli si radunano nei cortili degli dzong, fanno picnic, pregano e partecipano festosamente alle celebrazioni.
I tsechu più importanti sono quelli di Paro (marzo-aprile), Thimphu (settembre-ottobre), Punakha (febbraio-marzo) e Bumthang (ottobre-novembre). Il clou assoluto è quando viene srotolato il thongdrel, un’enorme tappezzeria sacra che viene esposta all’alba dell’ultimo giorno: si dice che anche solo vederla purifichi dal peccato e garantisca benedizioni. La gente arriva alle quattro del mattino pur di assistere.
Essendo basati sul calendario lunare bhutanese, le date dei tsechu cambiano ogni anno nel calendario gregoriano, quindi se volete organizzare il viaggio intorno a uno di questi festival dovrete consultare il calendario ufficiale con largo anticipo. E se riuscirete a beccare un tsechu durante il vostro viaggio sarà un’esperienza che non dimenticherete mai.












GIORNO 5 | DA GANGTEY A BUMTHANG
Come prima cosa questa mattina inizierete a prendere confidenza con questa spettacolare valle glaciale e la sua fauna pennuta. L’unicità di questa zona è che ogni anno, da ottobre a marzo, ospita la migrazione delle sacre gru dal collo nero, chiaramente amatissime e celebratissime. La Phobjikha Valley è praticamente la Cortina d’Ampezzo di questi flessuosissimi volatili che migrano fin qui dal Tibet per svernare con stile. La prima sosta della giornata sarà al Black-Necked Crane Information Centre, il centro che si dedica alla loro protezione e conservazione. Questa struttura, oltre a prendervi per mano e scacciare via l’ignoranza aviaria, ospita un’accogliente sala di osservazione equipaggiata con potenti telescopi per ammirare le gru senza disturbarle.
Dopo aver conosciuto anche Karma, la mascotte del centro salvata da una brutta fine, potrete incamminarvi per un rigenerante trekking nella valle tra pascoli, fattorie e foreste di pini nani fino al villaggio che ospita il Gangtey Goemba.
Lungo il percorso incontrerete yak con gonnelloni di pelo, tempietti ornati da bandierine svolazzanti, viste spettacolari, ruscelli gorgoglianti e in un paio d’ore arriverete a destinazione. Qui troverete uno dei monasteri più belli e meglio conservati del paese. Anche la costruzione di questo edificio rispose a una profezia che indicava questa valle come centro spirituale ideale ma, in questo caso, possiamo dire che la visione corrispondeva a verità. Sarete accolti da una vispa e nutrita comunità di monaci che abita qui e si occupa di tenere vivo questo luogo magnifico.
Terminata la visita sarà ora di riprendere la strada per percorrere il tragitto che vi porterà nel Bumthang, il punto più lontano di questo viaggio. Le viste sono magnifiche come sempre: farete una piccola sosta per ammirare da lontano il Trongsa Dzong – dove tornerete tra qualche giorno – e un’altra per fare merenda in una deliziosa sala da tè ai piedi di una cascata. Ed è così che, dopo circa 5 ore di macchina attraverso passi di montagna e vallate da sogno, arriverete nella culla gastronomica e spirituale del paese dov’è nata anche la dinastia della famiglia reale.












GIORNO 6 | BUMTHANG
Il Bumthang è il cuore spirituale del paese, fortemente connesso al veneratissimo Guru Rinpoche, la figura più sacra e adorata del Bhutan. Oggi farete una vera e propria maratona di luoghi sacri, ma fidatevi: ognuno ha qualcosa di speciale da raccontare.
Come prima cosa questa mattina visiterete il Kharchu Dratshang, un monastero costruito da un eminente lama locale dove potrete assistere alle preghiere dei monaci e, cosa eccezionale, fotografare anche gli interni, un privilegio raro da esercitare comunque con una certa discrezione.
La prossima tappa sarà il Könchogsum Lhakhang, un tempio risalente al ‘600 – tra i più antichi della valle – con un’atmosfera carica di storia e degli interni assolutamente mirabolanti.
Via col prossimo: il Tamshing Lhakhang. Questo tempio risale a ‘500 ed è stato costruito da Pema Lingpa, una delle dirette reincarnazioni del famigerato Guru Rinpoche da cui ha avuto discendenza la famiglia reale. Qui è conservata una massiccia corazza di ferro che pesa circa 50 kg e che i pellegrini indossano sulle spalle portandola in giro tre volte intorno al tempio per purificare il karma. Nel dubbio, anche qui non si dice di no!
Per oggi basta templi, la prossima tappa sarà il Jakar Dzong, il monastero-fortezza simbolo della regione costruito con un’architettura portentosa da un altro antenato della famiglia reale. Le decorazioni variopinte, i cortili interni perfettamente simmetrici e l’organizzazione originale degli spazi rendono tutto molto avvincente. Dallo dzong potrete scendere a piedi fino al villaggio infilandovi nelle suggestive viuzze costeggiate da casette di legno che sembrano una specie di Alsazia asiatica, decorate con dragoni, tigri e… peni (su questo ci torneremo).
Per concludere la giornata restando in tema royals, andate a visitare il bellissimo Wangduechhoeling Palace Museum and Cultural Center, ex residenza della famiglia reale che ha abitato qui fino al trasferimento della capitale a Thimphu negli anni ’50. Dopo un accurato restauro è stata trasformata in un magnifico museo inserito in un contesto scenografico e affascinante. Il progetto di restauro ha beneficiato di partnership curatoriali prestigiose (tra cui il Smithsonian Institution) che hanno messo in piedi un’esperienza di visita inaspettatamente contemporanea e multimediale, con installazioni interattive e proiezioni che raccontano la storia del palazzo e della monarchia bhutanese. Un modo sorprendentemente moderno di scoprire il passato in un paese che sembra – almeno in apparenza – essersi cristallizzato in una capsula del tempo.
GURU RINPOCHE
Durante il vostro viaggio in Bhutan vi capiterà di vedere statue, dipinti e rappresentazioni di un tizio con barba, baffi, cappello rosso a punta e sguardo severo. Non si tratta di un personaggio fantasy ma del Guru più venerato del paese: Padmasambhava, affettuosamente chiamato Guru Rinpoche, che tradotto significa “prezioso maestro”.
Questo monaco tantrico indiano è considerato il secondo Buddha e il vero responsabile dell’introduzione del buddismo in Bhutan e Tibet nel ‘700. La leggenda narra che volò qui dal Tibet a cavallo di una tigre – perché i mezzi convenzionali non sono abbastanza epici – e atterrò sul Tiger’s Nest, il monastero più iconico del paese aggrappato alla parete rocciosa come un geco.
Preparatevi perché ogni singolo luogo che visiterete è in qualche modo collegato a lui. Quella grotta? Guru Rinpoche ci ha meditato per sei mesi. Quel tempio? Costruito dove Guru Rinpoche ha schiacciato un pisolino. Quella roccia con una normalissima scavatura? Ma va é la sacra impronta del suo mignolo. La vostra guida lo infilerà nel discorso 3-4 volte al giorno, che stiate parlando di monasteri, montagne o del meteo. Imparerete a conoscerlo e ad amarlo!
Fun fact: Si dice che Guru Rinpoche abbia 8 manifestazioni diverse, ognuna con un nome, un aspetto e poteri specifici. Un po’ come gli alter ego di un supereroe Marvel in versione buddista. La più popolare è quella in cui cavalca la tigre (ovviamente). Inoltre, si racconta che abbia nascosto in tutto l’Himalaya dei tesori spirituali da far scoprire ai posteri nei momenti di bisogno. Una sorta di caccia al tesoro motivazionale e mistica che continua ancora oggi.



















GIORNO 7 | DA BUMTHANG A TRONGSA
Questa mattina attraverserete la valle per andare a visitare le ultime perle mirabili del Bumthang. La prima è il Kurjey Lhakhang, uno dei luoghi più santi del paese perché qui il nostro Guru Rinpoche ha lasciato l’impronta del suo corpo nella roccia, una specie di Sindone in versione buddista.. Il complesso è composto da tre templi, reperti venerabilissimi, punti energetici dove fermarsi a meditare, e persino un cipresso sacro che si dice sia cresciuto da un capello del Guru. Nel dubbio, val sempre la pena fare due offerte qua e là e pregare anche i ciuffi d’erba: non si sa mai.
La pace di questi luoghi fa capire chiaramente perché il mistico Guru abbia deciso di fermarsi qui e, restando in tema, con una breve passeggiata tra campi e microscopici villaggi che fanno inaspettatamente pensare a un paesaggio svizzero, raggiungerete il Jambay Lhakhang, altro tempio cintura nera di santità. Questo è uno dei templi più antichi del Bhutan e fa parte di un gruppo di 108 templi costruiti in un solo giorno da un re tibetano per sottomettere una demone gigante che ostacolava la diffusione del buddismo. Sì, avete capito bene: 108 templi in un giorno. Gli appalti edilizi evidentemente funzionavano di brutto all’epoca.
Dopo questa inebriante infusione di spiritualità potrete ripartire verso Trongsa, ma non prima di aver fatto una sosta in un laboratorio di tessitura, che è un altro incredibile vanto di questa regione e il posto giusto per portarvi a casa un pezzo di artigianato autentico.
Arrivati a Trongsa dopo svariate ore di tornanti, passi di montagna, yak incuranti del codice della strada e boschi colorati da rododendri, potrete visitare lo dzong più grande del paese, che è stato centro del potere per secoli. È una struttura labirintica e articolata con scale e cortili a destra e a manca, corridoi infiniti, templi nascosti e viste panoramiche sulla valle. Questo distretto è talmente importante che ogni re, prima di salire al trono, deve fare il governatore di Trongsa. Una specie di stage obbligatorio con rapide prospettive di carriera.












GIORNO 8 | DA TRONGSA A PUNAKHA
La prima parte di questa giornata vi servirà per spostarvi tra le montagne e raggiungere il distretto di Punakha. Lungo le strade noterete qua e là tempietti agghindati con file di bandierine di preghiera colorate che svolazzano al vento.
Vi fermerete al Chendebji Jarunkhashor Chorten, uno stupa nepalese che spicca decisamente nel panorama bhutanese per il suo stile architettonico peculiare. È stato edificato per sottomettere uno spirito malvagio che tormentava la zona (perché in Bhutan anche i lavori pubblici hanno motivazioni soprannaturali) e presenta i classici occhi del Buddha dipinti su tutti i lati, che vi fisseranno mentre vi avvicinate.
Una volta arrivati a destinazione farete una sosta al fiammante Wangdue Phodrang Dzong, che ha appena riaperto i battenti dopo una totale ricostruzione in seguito a un brutale incendio del 2012 che l’ha raso al suolo. Cosa abbastanza frequente, va detto, se si costruisce tutto con legno, guarnito di tessuti e illuminato da candele all’infiammabilissimo burro di yak su crinali particolarmente ventosi.
Dopo un lauto e necessario rifocillamento potrete trascorrere il pomeriggio facendo un piacevolissimo trekking tra le risaie, attraversando graziosi e pittoreschi villaggi dove potrete ammirare la maestria delle rappresentazioni iconografiche locali che si esprimono in modo particolare attraverso la rappresentazione di… peni. Sì, esatto. Il villaggio di Sopsokha è particolarmente famoso per la nutrita quantità di raffigurazioni falliche che decorano le facciate delle case, i portoni, i muri di cinta e praticamente qualsiasi superficie disponibile. Non si tratta di vandalismo erotico ma di un pregevole simbolismo nazionale: i falli dipinti – spesso alati, volanti, o armati di arco e frecce – servono a scacciare gli spiriti maligni e portare fertilità. Questo impegno collettivo è corroborato dai molti artigiani e negozietti che a loro volta aggiungono ulteriore materiale allegorico e benaugurante vendendo manufatti a tema fallico (a dei prezzi tra l’altro belli sostanziosi perchè, oh, la fortuna si paga).
Non vi sorprenderà sapere, quindi, che è proprio qui che si trova il Chimi Lhakhang, il celeberrimo tempio della fertilità dedicato a un personaggio che descriverei prudentemente come bizzarro. Si tratta di un monaco noto come il “Pazzo Divino” o “Santo Folle” che insegnava il buddismo attraverso metodi diciamo poco ortodossi: beveva alcol, frequentava donne, cantava canzoni volgari e usava il suo… “fulmine di saggezza fiammeggiante” (aka il suo gingillo) per sottomettere demoni e illuminare i fedeli. Insomma, un santo con un approccio molto terreno alla spiritualità.
Coppie da tutto il mondo vengono qui in pellegrinaggio per farsi percuotere in testa con un pene dorato come benedizione per la fertilità. Non giudico, a una certa uno le prova tutte.
BANDIERINE DI PREGHIERA
Le lungta (letteralmente “cavallo del vento”) che si trovano in tutta la regione himalayana sono file di bandierine colorate stampate con mantra e preghiere. Ogni volta che il vento le fa sventolare si crede che le preghiere vengano portate in cielo e diffuse nel mondo. I cinque colori rappresentano i cinque elementi: blu per il cielo, bianco per l’aria, rosso per il fuoco, verde per l’acqua e giallo per la terra. Posizionarle sui passi di montagna ha lo scopo strategico di far trasportare al vento le preghiere a valle verso i fiumi, diffondendo benedizioni ovunque.









GIORNO 9 | PUNAKHA
Questa giornata inizierà con un trekking tra risaie, coltivazioni e boschi per raggiungere il Khamsum Yulley Namgyal Chorten. Lungo i sentieri di montagna vi capiterà spesso di imbattervi in ruote di preghiera posizionate in punti panoramici perchè qui la natura è considerata un luogo spirituale e sacro dove si può pregare con serenità.
Arrivati in cima, troverete un bellissimo tempio su quattro piani costruito dalla Regina Madre negli anni ’90 per portare pace e armonia nel mondo (sempre ambiziose, queste profezie). La struttura è un capolavoro di architettura tradizionale in cui ogni piano ospita diverse divinità del pantheon buddista. Dalla terrazza sul tetto, la vista abbraccia tutta la valle di Punakha regalando scorci maestosi.
Rinfrancati da questa splendida passeggiata, la guida vi porterà a pranzo in un luogo pensato apposta per deliziarvi del contatto con la natura. In una radura con gradi alberi lungo il fiume vengono allestiti tavoli imbanditi di cibi deliziosi per farvi gustare un pranzo all’aperto che ridefinirà concetto di picnic per sempre.
Dopo pranzo potrete dedicare il resto del pomeriggio a visitare l’edificio più bello di tutto il paese: il Punakha Dzong. Costruito nel ‘600 dal fondatore dello stato bhutanese, questo capolavoro architettonico sorge alla confluenza di due fiumi in una location scenografica con degli spettacolari alberi di jacaranda viola che quando fioriscono, tra marzo e aprile, creano una scenografia da irreale. È ancora l’epicentro di tutti gli eventi importanti e la residenza invernale del “Papa” bhutanese.
Essendo la sede dell’ordine monastico del paese, ospita una vastissima comunità religiosa: centinaia di monaci vivono qui e i cortili sono costantemente animati da tuniche rosse che vanno e vengono. È il luogo dove sono stati incoronati tutti i primi re del Bhutan e nel 2011 ha ospitato il matrimonio dell’attuale sovrano Jigme Khesar Namgyel Wangchuck con la splendida Regina Jetsun Pema.
A poca distanza dallo dzong si trova il ponte sospeso più lungo del paese con i suoi 160 oscillantissimi metri che attraversano il fiume Pho Chhu. Se avete un minimo di vertigini preparatevi a un’esperienza peculiare.
LA FAMIGLIA REALE DEL BHUTAN: QUANTO LA AMIAMO? TANTO.
Il giorno in cui siamo andati al Khamsum Yulley Namgyal Chorten, c’era una solennissima cerimonia organizzata per la Regina Madre che si trovava lì con la corte e buona parte del parentado. Sarebbe stato legittimo pensare che fosse tutto blindato e inaccessibile, ma qui le cose funzionano diversamente. Non solo ci hanno permesso di sgattaiolare dentro al tempio fino all’altare sul tetto per ammirare il paesaggio dall’alto, ma ci hanno tollerato con affabilità chiedendoci solo di non fotografare i membri della famiglia reale.
Anche gli abitanti dei villaggi della regione arrivavano arrampicandosi su per la montagna carichi di emozione e abiti eleganti, sapendo che avrebbero avuto l’opportunità di scambiare qualche parola con la Regina Madre.
La famiglia reale bhutanese, infatti, è incredibilmente accessibile, una presenza discreta e cordiale che mantiene un contatto diretto con il popolo e gode di un partecipazione che farebbe invidia a qualsiasi altro monarca del pianeta. Non si tratta del rispetto formale e distante, ma di una devozione genuina mista a un affetto quasi familiare.
La monarchia bhutanese è costituzionale dal 2008, e paradossalmente è stato il re stesso a volerla trasformare da monarchia assoluta a costituzionale, cedendo volontariamente gran parte dei suoi poteri. Una mossa praticamente inedita nella storia delle monarchie mondiali. Il quarto re, padre dell’attuale sovrano, ha letteralmente imposto la democrazia a un popolo che non la voleva, convinto che fosse la cosa giusta da fare per il futuro del paese e subito dopo abdicò a favore del giovane figlio perchè credeva in lui… ci rendiamo conto? Provate a immaginare un monarca europeo che spontaneamente dice “eh ragazzi, troppo potere, meglio farci un parlamento”, “hei figlio, ti ho cresciuto bene, ora tocca a te io la mia parte l’ho fatta”. Se non è una visione illuminata questa io non so cosa.
La nostra guida ci ha raccontato che il Re ha frequentato le scuole pubbliche perchè il padre voleva che conoscesse le persone su cui avrebbe regnato in futuro, che capisse le sfide, le difficoltà e che entrasse con cuore e mente aperti nelle decisioni che sarebbe stato chiamato a prendere una volta diventato sovrano.
Un altro aneddoto che mi ha commosso è stato quando ci raccontava che durante il covid nessuno poteva uscire di casa per occuparsi di sfamare tutti i cagnolini randagi che coesistono amorevolmente con le comunità di cui fanno parte, così il Re ha organizzato una squadra di persone che si è fatta carico di cucinare e distribuire cibo ai cagnolini di tutto il paese per non lasciarli morire di inedia.
La quantità di aneddoti è vastissima e potrei riempire un articolo solo con quelli, il succo è che sono dei fighi incredibili ed è pressoché impossibile non innamorarsi della dinastia Wangchuck.



















GIORNO 10 | DA PUNAKHA A PARO
Questa giornata sarà soprattutto di trasferimento, ma in Bhutan anche le giornate su e giù per i passi di montagna sono piacevoli. Di mattina ripartirete verso ovest passando nuovamente dal Dochula Pass: i paesaggi ormai li conoscete, ma la natura bhutanese ha il vizio di essere molto avvincente.
Di ritorno a Thimphu farete una sosta alla Jungshi Paper Factory dove viene prodotta la carta tradizionale bhutanese deh-sho, ricavata dalla corteccia del Daphne, una pianta locale. Il processo è interamente artigianale e manuale: la corteccia viene bollita, battuta, amalgamata con acqua e poi stesa su cornici di legno ad asciugare al sole. Il risultato è una carta bella resistente e leggermente ruvida che viene utilizzata per testi religiosi e oggetti di artigianato (il negozietto di souvenir della fabbrica ne vende dei deliziosi esempi).
Da Thimphu riprenderete la strada verso Paro. Qui c’è un’atmosfera più rilassata e raccolta rispetto alla capitale e potrete fare un giretto nella via principale piena zeppa di negozietti di artigianato dove perdervi tra tessuti colorati, peni di legno dipinti a mano, gioielli in argento e una quantità industriale di souvenir a tema Guru Rinpoche.
La tappa finale della giornata sarà il Rinpung Dzong, la maestosa fortezza che domina la valle di Paro dall’alto di una collina. Queste fortezze hanno tratti caratteristici e architettonici molto simili ma decorazioni e personalità peculiari. Qui, ad esempio, sembra di essere approdati in Baviera con decorazioni a traliccio ed edifici bassi e ordinati che si aprono su graziosi cortili.
Dopo svariate ore col sedere incollato ai sedili della macchina sarà giunta l’ora di un po’ di meritato riposo e un po’ di stretching per prepararvi al gesto atletico che vi aspetterà domani.






GIORNO 11 | PARO
Inutile girarci intorno: chi viene in Bhutan, oltre alla prepotente curiosità per questo paese straordinario, è motivato dal desiderio di vedere con i propri occhi uno dei monasteri più iconici del pianeta, il Tiger’s Nest.
Per arrivare in cima impiegherete circa due ore di trekking partendo da 2.600 metri di altitudine e arrivando fino a 3.120 metri. Ecco perché è fondamentale affrontarlo dopo qualche giorno di acclimatazione: il mal di montagna se non siete abituati alle altezze potrebbe farsi sentire in modi creativi e poco piacevoli. Il fatto di aver girato per dieci giorni tra passi e vallate a quote considerevoli sarà stata la vostra migliore preparazione.
Il primo tratto del percorso si potrebbe fare in sella a elegantissimi cavallini ma, anche in contesti dove gli animali vengono trattati con rispetto, usarli per scarrozzarci su per una montagna solo per pigrizia o divertimento è una scelta che merita una seria considerazione. Per chi invece avesse difficoltà motorie potrebbe essere una valida soluzione, tenendo tuttavia presenti i rischi che comporta stare in sella a un cavallo su un sentiero stretto, ripido e scivoloso.
Il percorso, infatti, si arrampica su per un bosco popolato da una vegetazione maestosa di pini, rododendri e alberi dalle forme contorte che si aprono su vedute panoramiche spettacolari.
Dopo circa un’ora e mezza troverete una graziosa caffetteria dove fare una sosta rigenerante. Da qui vedrete per la prima volta il Tiger’s Nest aggrappato alla parete rocciosa come uno stambecco sotto redbull.
Dopo l’ultimo sforzo ecco pararsi davanti ai vostri occhi la prodigiosa vista in tutta la sua prepotente bellezza. Il Taktsang Lhakhang, è chiamato Nido della Tigre perché la leggenda vuole che il mitico Guru Rinpoche sia arrivato su questa scogliera cavalcando una tigre volante (la stessa di prima, you know) e sia rimasto a meditare per tre mesi infrattato in una grotta intorno alla quale è poi sorto l’intero complesso. Ma quando pensate di essere finalmente giunti in cima… nein! Non è ancora finita: per raggiungere e visitare il tempio vi aspettano ancora 700 gradini che vi accoglieranno ridendovi in faccia e disarticolandovi le ginocchia per benino.
Le regole all’ingresso sono severe anche per gli standard bhutanesi: fotocamere, telefoni, bastoni e zaini vanno lasciati negli armadietti all’esterno e si entra a piedi scalzi sulla roccia gelida, trasformando immediatamente la visita in una specie di percorso kneipp.
All’interno troverete altri duecento gradini, vari tempietti veneratissimi in tutto l’Himalaya, affreschi minuziosamente decorati e una porticina che si affaccia direttamente sulla grotta del Guru. Come sempre, tutto è straordinariamente bello e denso di misticismo, ma ora è il momento di tornare giù!
La discesa farà frizzare le gambe anche più della salita, ma nel pomeriggio potrete farvi organizzare un tipicissimo bagno in una vasca di legno che viene riempita di acqua fredda e come un bel minestrone condita con erbe di montagna e pietre di fiume roventi fino a diventare fumante e invitantissima. Dopo qualche ora a marinare come polli ruspanti, con i muscoli finalmente sciolti sarete pronti a fare il bilancio di questo viaggio indimenticabile.






GIORNO 12 | DA PARO A NUOVA DELHI
L’ultimo giorno in Bhutan inizia come si conviene: in alto. Dato che dovrete raggiungere l’aeroporto, tanto vale assecondare una delle tradizioni locali e salire al punto panoramico sulla collina sopra Paro da cui si possono osservare gli aerei atterrare e decollare. Quello chein volo sembrava un’esperienza adrenalinica diventa, visto dall’esterno, uno spettacolo di precisione assoluta: i piloti che virano tra le montagne, scendono quasi rasando le cime e toccano terra con una disinvoltura che fa capire perché siano considerati tra i più abili al mondo.
Dopo aver rifatto il pelo alle montagne, tornerete con un certo senso di straniamento a Nuova Delhi. Il contrasto è immediato e impetuoso: il caos, il traffico, il rumore, la folla. Il Bhutan vi avrà abituati a un ritmo così lento che il rientro nella baraonda indiana sembrerà quasi un torto.
Se avrete altri cinque o sei giorni da dedicare all’India potrete proseguire per un giro nel Rajasthan: Jaipur con i suoi palazzi rosa e i bazar coloratissimi, Jodhpur con la città blu e la fortezza che domina il deserto, Udaipur con i suoi laghi e i romantici. Se invece aveste a disposizione solo un paio di giorni potrete infilare una visita ad Agra per vedere il Taj Mahal o semplicemente godervi l’ultimo giorno a Delhi prima di rientrare a casa.
Qualunque cosa decidiate di fare dopo, quel che è certo è che il Bhutan resterà lì, sospeso nei vostri ricordi come una parentesi fuori dal tempo. È un paese che non assomiglia a niente di conosciuto, che non cerca di compiacere ma semplicemente di esistere secondo le proprie regole, con una dignità e una coerenza rare. Tornerete a casa con la sensazione di aver potuto prendere parte a qualcosa di prezioso che il mondo moderno non ha ancora trovato il modo di rovinare e corrompere, con la speranza che resti così ancora a lungo.


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